Dato che questo blog ha la principale caratteristica di contenere inutilità d'ogni genere, per una volta che abbiamo una notizia la vogliamo condividere. Ma soprattutto: perché parlo al plurale?
In ogni caso, andiamo al sodo.

Il mio primo romanzo targato Einaudi Stile Libero sarà scagliato (di peso) nelle librerie a settembre/ottobre dell'anno in corso (è questa la vera novità). Quindi, come ho già detto su facebook e su twitter:
Mi raccomando, quest'estate non spendete tutti i soldi in cocktails e discoteche. Conservate 15 euro per me, sono solo due mojiti in meno.
La campagna "Più sobri - Più lettori" è appena cominciata.

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Non scrivevo su questo blog dalla fiera del libro di Torino. Allora faceva caldo, io ero solo un ragazzo che giocava a ramino e fischiava alle donne, Berlusconi era ancora al Governo. Be', di cose ne sono cambiate in questi mesi.
Soprattutto, nel frattempo io di libri ne ho letti parecchi e sono qui per darvi qualche dritta su quelli da regalare a Natale 2011 a chi volete bene o a chi, detto tra noi, proprio non sapete cosa cazzo regalare. Perché un libro è una garanzia, è come il pollo arrosto con le patate. Piace a tutti, o almeno: fate una bella figura.
Ci tengo a precisare che la classifica non ha nessun criterio preciso legato alla data d'uscita dei libri. È solo legata al mio gusto circa i romanzi di recente apparsi tra le mie mani (sembro quasi una persona seria quando scrivo così, non fateci l'abitudine).

10° posizione: Mama Tandoori (Isbn Edizioni) di Ernest Van Der Kwast. Se vostra madre (come la mia) è una simpatica (a volte mica tanto) rompicazzo (a volte, ma quasi sempre), eccentrica ed energica donna dalla mano facile e dalla risposta pronta, questo è il romanzo che fa per voi (o per lei, REGALATEGLIELO! Sarà come guardarsi allo specchio).

9° posizione: Demoni - Istruzioni per l'uso (Elliot) di Christopher Moore. Qui dobbiamo aprire un capitolo a parte. Christopher Moore per me è Dio. Il Dio universale del cielo e della terra. Senza dubbio: uno dei più grandi autori che abbia mai letto. E questo romanzo è il primo che mi sia capitato tra le mani. Se vi piace ridere, ma ridere davvero, e conoscere personaggi usciti (evasi, va') da un manicomio criminale: Moore è l'autore che fa per voi. Compratelo, regalatelo e moltiplicatevi (come suoi lettori intendo). Qui, in pratica: un demone e il seminarista che l'ha evocato sono legati da oltre settant'anni da un incantesimo e ora, finalmente, pare abbiano trovato il modo di scioglierlo. Si recheranno in una tranquilla baia americana e lì... BAAAAM! Dài, leggetevelo. Tanto le trame potete trovarle pure su internet, sapete quanta gente si prende la briga di recensire ogni libro?

8° posizione: Dannazione (Mondadori) di Chuck Palahniuk. Facciamo che vi rivelo un segreto: Palahniuk, a me, m'aveva rotto i coglioni. Troppo uguale a se stesso, troppo arrogante verso il lettore (sì, hai capito bene Chuck: arrogante), troppo Palahniuk insomma (come Baricco: troppo Baricco). Poi mi prendo l'ultimo libro, grazie alla migliore copertina degli ultimi 300 anni, e la mia reazione è quella di un pastore che vede diventare già lana le sue pecore. MERAVIGLIA. L'adolescente sovrappeso Madison si uccide durante le feste di Natale con un'overdose di Marijuana, dopo che i genitori (lei super attrice impegnata nel sociale e nell'animalismo plastificato, lui multimilionario distratto) la dimenticano nel suo collegio svizzero la notte della Vigilia. E lei dove finisce? Nel senso, vi domando: dove finiscono tutti i poveri bimbi ciccioni quando muoiono? All'Inferno, chiaro. E lei da lì ci racconta la sua storia. Adorabile.

7° posizione: Le sette vite dell'amore (Mondadori) di Carla D'Alessio. Cosa combina l'amore nelle vite delle persone nel periodo natalizio? Lo scoprirete leggendo il romanzo di Carla D'Alessio, che dipinge con maestria la normale, favolosa, sconcertante, epopea del più imprevedibile tra i sentimenti. Lo so che sembra la frase di un trailer: ma è così! Regalate questo libro a un ex fidanzato/a che ha perso il momento giusto e ora vi rimpiange. Ghignerete nel buio della vostra stanza, al pensiero.

6° posizione: Zoo col semaforo (Nutrimenti) di Paolo Piccirillo. Facciamo che sono onesto: Paolo Piccirillo è un amico, un amico vero. Ma lo è diventato solo dopo aver letto il suo libro, quando non era ancora in programma apprezzarne la persona. Così, state sicuri che sono obiettivo quando vi assicuro che lui è lo Scrittore del futuro. Metteteci sul fuoco le palle, l'utero, la collezione di francobolli boliviani, insomma: qualsiasi cosa vi sia cara al mondo. Perché lui ha un dono vero, e qui parla il lettore, non l'amico. Lui vive la sua storia, lo si sente dalla parola che, semplice, si libra in alto e colpisce il vostro cuore. Sembreranno frasi da Baci Perugina, ma non è così. Piccirillo ha cuore e coglioni da vendere. E questo suo libro è un mosaico scomposto che narra la storia di uno strano tipo, Salvatore (ma in realtà è davvero chi dice di essere?) e di uno strano pitbull (in realtà il pitbull non è strano, è un pitbull), e di come le loro esistenze possano sovrapporsi. Chi avrà questo libro nella sua libreria, un giorno non troppo lontano potrà vantarsi di possedere l'opera prima di Paolo Piccirillo, uomo di campo.

5° posizione: Io e Te (Einaudi - Stile Libero) di Niccolò Ammaniti. Non può esistere una classifica stilata dalle mie mani senza un vangelo secondo Nic. Questo libro è una piccola perla, vi lascerà un buco al centro dello stomaco. Un vuoto colmabile solo da un altro suo vangelo. Un circolo da cui si esce solo alla morte, almeno per me.

4° posizione: Un calcio in bocca fa miracoli (Einaudi) di Marco Presta. Ecco: qui siamo davanti a un libro perfetto. In ogni sua sfumatura. Il protagonista di questo romanzo è un vecchio, di quelli proprio odiosi, che nella vita reale vorresti spedire a calci in culo all'ospizio. Ma, chissà com'è, già dopo qualche pagina cominci a fare il tifo per lui. Questo è un libro che fa piangere e ridere, contemporaneamente. Una dote che solo i grandi romanzi hanno. Ammirato.

3° posizione: Open (Einaudi - Stile Libero) di Andre Agassi. E non m'importa se molti storceranno la bocca. Perché l'autobiografia ("auto" fino a un certo punto, perché scritta insieme a J.R. Moehringer) di uno dei più grandi tennisti della storia, nonché personaggio eccentrico e, per certi versi, eroico, è un libro che colpisce dritto al cuore, come un dritto incrociato da fondo campo. Se è vero che un libro debba far pensare ed emozionare, qui dentro troverete tutto. E, soprattutto, io c'ho trovato una grande verità. Agassi asserisce di odiare il tennis. Non sopportarlo. Ma al tempo stesso di esserne dipendente. Quale dichiarazione d'amore più grande può esserci per qualcosa, al mondo? Come ho scritto qualche tempo fa: a quattordici anni giocavo con la sua racchetta tra le mani, ed ero emozionato. Adesso, che di anni ne ho ventisei, con la sua biografia, lo sono ancora di più. Commovente.

2° posizione: Player One (Isbn Edizioni) di Ernest Cline. E qui, oltre all'ammirazione per un altro romanzo stupendo, scatta anche un'altra cosa. L'invidia. Eh sì, perché, anche se molti autori non lo ammetteranno mai, quando uno che scrive legge un romanzo così bello, la sana invidia da competizione gli divampa nello stomaco e corrode un po' di pareti. Questo romanzo è talmente avvincente, coinvolgente, e visionario, che il solo pensiero di staccarmi per andare a fare la pipì mi irritava talmente dal farmi desistere. E allora l'ho letto per ore e ore senza mai pisciare, bere, e tutto il resto delle cose che facciamo noi umani di solito. La realtà che Cline ci presenta nel suo romanzo è quella di un mondo allo sfascio, dove quasi la totalità degli esseri umani riversa le proprie vite in un videogioco online, o meglio: una realtà virtuale parallela, di nome Oasis. E in Oasis, il suo avatar (Parzival) dovrà mettersi in gioco nella più grande caccia al tesoro della storia. Che presto, ovviamente!, diventerà una lotta per la salvezza dell'umanità. Ora, mi chiedo: ma cosa ci sarebbe di meglio da fare, per ognuno di noi, domattina, se non salvare l'umanità in un videogioco online? Be', direte voi: un milione di altre cose. Ma mai avvincenti come questa!, aggiungerei io.

1° posizione, tra i Dieci libri da farsi regalare (o regalare) a Natale 2011: Il Vangelo secondo Biff  (Elliot) di Christopher Moore. Tana, mi avete scoperto. Venero quest'uomo. Ma vi assicuro che c'è un perché. È un genio! Che motivo, se no? Sentite qui: un angelo riporta in vita, ai nostri giorni, l'amico di infanzia di Gesù di Nazareth (sì, il Messia, avete capito bene) per fargli scrivere un Vangelo, ufficiale, sui primi anni di vita del Salvatore. Così assisterete alla più fantastica delle avventure. Ovviamente, il Cristo che Biff ci propone non ha vissuto esattamente tutta la vita a Gerusalemme a fare il falegname col patrigno. Ma è stato in Oriente, ha inventato il caffè, il sarcasmo, ha imparato il Kung Fu, l'invisibilità, lo yoga, ha sfidato intere popolazioni dell'India, e poi, sì: è finito in croce. Ma in mezzo, il suo migliore amico, questo Biff che è un arlecchino folle e geniale, gli ha fatto da spalla più che egregiamente, tirandolo più volte fuori dai casini. Che dirvi? Un libro leggendario, probabilmente il più bel romanzo che abbia mai letto. Le lacrime, alla fine, sono scese. Prendete questo libro: mi manderete a casa cesti natalizi per ringraziarmi. E io li accetterò.

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Io al Salone del Libro di Torino c'ero stato una sola volta prima di quest'anno. Era il 2009, e da allora di cose ne sono cambiate parecchie. Quella volta avevo un monospalla con dentro le prime trenta paginette di un romanzo che vedrà la luce, l'anno prossimo, con Einaudi Stile Libero.
Quest'anno ci sono andato con due angeli custodi, uno moro e uno biondo. Ai loro sorrisi, e alla loro presenza, dedico tutte queste parole.

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Non ho perso la password del blog



Se mai qualcuno se lo fosse davvero chiesto, qualcuno oltre me dico, no: non ho dimenticato la password per accedere al blog. È solo che sono negli ultimi due mesi prima di un'importante consegna alla casa editrice (che è sempre la stessa del prossimo libro). Battute conclusive di un gran bel romanzo (e se lo dice l'autore potete credergli sulla parola), un romanzo pazzoide, veloce, un romanzo bellissimo, che non so ancora quando leggerete... ma che leggerete. Oh sì se lo leggerete.
Nel frattempo continuo a non dormire e a mangiare latte e cereali di notte.

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Il paradiso è una prima serata di Rai Uno.

Pippo Baudo non aveva badato a spese. Trentamila euro, dopo tutto, non era un investimento che avrebbe dissanguato il suo conto corrente. Il lavoro era stato fatto bene, senza sbavature. Anche l’idea di imbottirlo con del pout pourri era stata vincente. E poi, a dirla tutta, la salma imbalsamata di Mike Bongiorno gli risolveva il salone, che aveva arredato Katia, e che lui aveva sempre trovato troppo barocco.
I giornali di tutto il mondo ne avevano parlato. Il furto della salma del celebre presentatore era stato un evento che aveva indignato l’Italia intera. Appelli della famiglia sulla Rai, condanne da ogni collega del mondo dello spettacolo sulla carta stampata. Ma lui, Pippo, inflessibile era andato fino in fondo. Era un’occasione troppo ghiotta per non essere sfruttata.

Da quando la Rai lo aveva sbattuto nella fascia pomeridiana, e su Rai Tre per giunta, Pippo era andato fuori di testa. Non era più andato a fare le prove e la trasmissione era saltata (al suo posto avevano messo in palinsesto un redivivo Umberto Smaila con un programma sulla chirurgia estetica). Preferiva sparire piuttosto che andare in onda alle 15 su quella rete inutile e di comunisti.
Lui era Rai Uno. E da Rai Uno non lo avrebbero scollato nemmeno col diluente.
A Mike aveva infilato uno smoking su misura perché, nonostante tutto, nutriva per lui un’arcaica forma di rispetto. L’aveva sistemato al centro del grande salone, i mobili tutti spostati contro le pareti. Aveva sbarrato tutte le finestre di casa, le persiane abbassate, le tende color salmone serrate. Era solo, solo con Mike, quando bussò il campanello.

drìììn

Il volto di Pippo Baudo si illuminò come un’abatjour.
Era Il Ruvido, lo stesso che gli aveva trafugato la salma di Mike. Sotto le braccia portava due sacchi neri di medie dimensioni, legati all’estremità superiori con una corda.
«’A Baudo, co’ questi so’ ventimila euri»
«Sono solo due» ribatté il presentatore siciliano «E gli altri tre? Dove sono gli altri tre?»
«Tranchilo brò, li tengo nel furgone, te scarico questi e vado a pija gl’altri».

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RACCONTI A CASO: L'incrocio



L'incrocio



E poi capita che ci passi venti minuti, prima di attraversare la strada, qui dove vivo io.
E capita pure che ci passi altri venti minuti, se nessuno si ferma. E nessuno si ferma, mai. Non si fermano neanche se stai su una sedia a rotelle e c’hai una lancia conficcata nello sterno e il pronto soccorso è lì di fronte.
No. Loro devono andare, e allora va bene. Andate.
Così decidi di passarci la giornata, alle pendici di quell’incrocio, e ordini una pizza. La mangi, poi dormi, in terra, sotto al semaforo che lampeggia l’arancione. E anche se adesso, che è notte, e potresti passare perché di macchine non se ne vedono quasi più, tu decidi che no, vaffanculo, che così è troppo facile e allora devi aspettare il mattino dopo perché è giusto così.
Perché qualcuno si dovrà fermare prima o poi.
E allora al mattino dopo fai amicizia con l’edicolante, ti regala una copia del Corriere e ti spiega che quello è un incrocio maledetto e che, dieci anni prima, c’è morto suo nonno in un frontale con una Pegeout. Tu non capisci, però dici sì, e allora per paura non attraversi per il resto della giornata. Resti lì, a leggere il giornale, mangiare schifezze comprate al bar accanto e pensi che dovrai chiamare a lavoro e dire che non puoi andare, che devi stare fermo a un incrocio per attraversare.
Chiami a lavoro e loro pensano che tu scherzi. Il giorno dopo uguale. E dopo tre giorni ti licenziano e tu pensi che non è colpa tua.
Poi capita che ci passi due settimane, a quel semaforo. Che nessuno, nessuno, ti fa attraversare mai. E allora ti cresce la barba, inizi a puzzare un po’, però incontri tanta gente che ti spiega com’è la vita. E tu li vedi attraversare, loro sì, hanno coraggio, e tu no. Però pensi che va bene così. E a furia di dirti che va bene così, ti convinci che sei pazzo e non attraverserai mai più.
E allora metti su famiglia lì, all’incrocio.
Sì, perché incontri una donna, e te ne innamori. E lei di te. Fate due figli, all’incrocio, che nascono lì. Crescono lì, studiano lì, mangiano lì. E viene pure La Vita in Diretta a intervistarti e tu dici che sì, vivi lì. E Sposini (che quando c’era Cucuzza, voglio dire, tutt’altra cosa) sembra perplesso, allora tu dici a Sposini che deve fare il cesso, che venisse a viverci lui all’incrocio per capire cos’è la libertà.
Così capita che invecchi, sempre lì, all’incrocio. Tua moglie ti ama ancora, tu ami lei. I vostri figli sono andati a lavorare in America, ché in Italia, si sa, non c’è futuro per i laureati.
E quando muori vieni sepolto lì, all’incrocio, ma l’attimo prima di morire ti accorgi che la tua vita è stata un’immensa attesa, prima che qualcuno, da destra o da sinistra, ti lasciasse quel minimo spazio che serve, ad ogni essere umano, per essere vivo e felice.
E vaffanculo, tu ci sei riuscito pure da fermo a essere felice. E pensi, da morto, che va bene così. E che l’incrocio ti manca, perché in paradiso sono tutte strade dritte.
Però hai finalmente conosciuto Don Lurio.

© Marco Marsullo 2011

Questo racconto sarà incluso nella rivista Prospketiva, numero 52 (www.prospektiva.it)

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La SUPERCLASSIFICA torna ancora in auge, stavolta con I SEI scrittori da non pubblicare mai (o pubblicare sempre). La verità è che mi diverte un sacco scrivere questi post e, da oggi in poi, ogni SUPERCLASSIFICA sarà online anche su Brown Bunny Magazine, che mi ha chiesto di poter usufruire di questi ironici (perché gioco, gente) elenchi. Se qualcuno si riconosce in questi sei "tipi" di scrittori, e se la prende, beh, sono solo problemi suoi. E' solo un gioco. Un po' di sana ironia in questo mondo di dittonghi e iati. Davvero, non incazzatevi che poi mi fate rimanere male. E, pensate!, sono talmente democratico che descriverò anche me. Starà a voi indovinare quale delle sei categorie possa circoscrivermi. Buona lettura!

  • 6° Posizione: "La donna emancipata". In genere, over 40/45, è quella che ha il dente avvelenato dopo una separazione dal coniuge o dopo un licenziamento reputato ingiusto. Il suo romanzo di solito è in prima persona, con punti esclamativi anche al posto delle congiunzioni, narrante la storia di una donna sola contro tutto e tutti, una donna senza macchia e senza paura, un misto tra una Giovanna D'Arco e una Beatrix Kiddo (la bionda incazzata di Kill Bill, per chi avesse vissuto gli ultimi anni in un imbuto) del Duemila. E poco importa che la donna in questione abbia, nell'ordine: tradito il marito con l'operatore ecologico della consegna porta-a-porta dei sacchetti della differenziata, incendiato la casa dimenticando sul fuoco la teiera mentre giocava a Burraco online, scambiato il labrador di famiglia con un furetto, e venduto l'auto nuova per comprare un tavolino etnico (carinissimo) visto su Ebay. Ne uscirà inspiegabilmente vittima sacrificale, pronta a rialzare la testa a suon di capoversi.

  • 5° Posizione: "Il fancazzista". E' lui il più scemo del panorama editoriale italiano; scrive quando glielo dice la testa, diverte (ci prova) con metafore folli, si definisce "meno letterario di un copriwater" alle presentazioni. Il suo romanzo ha come protagonista, una volta su tre, un mago indiano con dei super poteri. Produce dieci romanzi all'anno, è prolifico come un coniglio (chi coglie la metafora, vince un suo libro). L'unico pericolo è che qualcuno lo pubblichi per davvero.

  • 4° Posizione: "Il dannato edulcorato". Lui è condannato a scrivere perché suo padre era un dizionario. Sua madre una Olivetti Lettera 22. Di norma, anche per descrivere una passeggiata sul corso della sua città, userà parole come "misoneista" e "allorquando" (per descrivere il momento in cui nota il sedere di una bella donna, es: "allorquando notai le chiappe della bionda ferma alla vetrina del negozio"). Il suo romanzo è un inno al suicidio di massa, con il protagonista che, nove volte su nove, è lui stesso. Anche col suo stesso nome. Per la serie: "Ho cercato, ma nessuno veniva così bene impaginato".

  • 3° Posizione: "Il giallista de' noantri". E' l'erede, autoproclamato, di Céline e Simenon. Costruisce trame fumose, storie enigmatiche fino all'ultima pagina con personaggi indecifrabili. Ambienta le sue storie in provincia, dove tutto è silenzioso, dove c'è sempre l'omicidio, sanguinolento, di una giovane donna © (Copyright del giallista de' noantri). Ma la vera caratteristica che non può mancare al suo protagonista (ovviamente: un commissario, un ispettore, un sostituto procuratore, un pompiere che cerca vendetta) è la SPALLA. Un omino sottomesso, improbabile, taciturno, spesso più ignorante di una staffa d'acciaio, che dovrà assorbire come un tampax tutti gli umori del suo ''capo''.

  • 2° Posizione: "Il pluripremiato". Sfogliando la sua bibliografia, oltre a scoprire che è anche un poeta, un saggista, un regista, uno sceneggiatore, un guardiano notturno, un casellante, un gatto, una sinestesia, un giornalista freelance e un critico d'arte culinaria, scoprirai che, nel 1994, si è classificato ottavo al "Concorso Mino Giamborri" (un esteta vissuto nel 1834) e terzo al "Gran Premio Letterario di Copacabana". Senza dimenticare, certo, la menzione al "Premio Opera quarta Città di Norello Inferiore".

  • 1° Posizione, tra gli scrittori da NON pubblicare mai (o pubblicare sempre): "L'intimista". Per lui tutto si gioca sulle descrizioni e sulle trasformazioni in divenire. Il tramonto è la fine di un'epoca, l'alba l'inizio di una nuova vita. La spiaggia è il percorso verso la placenta materna (il mare), e le stelle sono bagliori di un'epoca che sta appassendo tra le macerie della civiltà. Di norma, il suo protagonista trova piacevole morire, perché, si sa, morire è un po' come iniziare un nuovo viaggio verso un orizzonte lontano...

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SUPERCLASSIFICA: I CINQUE romanzi da NON scrivere mai





Dopo essere stato subissato di mail (potrebbe non essere vero), dopo aver ricevuto le telefonate di importanti editori che mi chiedevano linee guide per i loro piani editoriali (anche questo potrebbe non essere vero), dopo il successo de "I dieci libri da regalare (o farsi regalare) a Natale", torna la SUPERCLASSIFICA!


Spero che sia evidente lo spirito ironico di queste righe, e che nessuno si offenda o prenda troppo sul serio le mie parole. Cosa che non faccio nemmeno io stesso.



  • 5° Posizione: Giacomo è un venditore ambulante di aspirapolveri elettrici della provincia di Lecco. Durante una mattinata di lavoro porta a porta, incontra Sally, casalinga annoiata che pratica il sesso tantrico con sconosciuti che adesca tramite annunci su "Voglia", il giornaletto a 4€ in vendita in tutte le edicole. Insieme iniziano un viaggio verso Nuova Delhi, a cui prenderà parte anche Sossio, jazzista dai capelli lunghi che cerca il sound giusto dal 1976, senza averlo mai trovato.

  • 4° Posizione: Mario Gargiulo, operaio tessile di Frattaminore, è un licantropo. Ma solo il giovedì pomeriggio, dopo aver visto Mastrota in tivù che vende le pentole. Il suo istinto di lupo lo trascinerà in una vivace avventura underground, in una Frattaminore al limite dello psichedelico, tra scommettitori accaniti e ausiliari del traffico borderline, corrotti e violenti. Sorprendente il finale quando Mario Gargiulo si ritira sull'Appennino.

  • 3° Posizione: Come può un idrante innamorarsi di una giovane pittrice? "Amori sorprendenti" ce lo spiega con la dolcezza e la catarsi che solo il più autentico romanzo d'amore può donare. Ambientato in una cabina telefonica di Vienna, la storia vi lascerà con una grande domanda alla fine. L'amore esiste? La risposta è sì.

  • 2° Posizione: Plinio è un ragazzo sbandato, vive nella periferia di Montecatini Terme e passa tutto il giorno a sputare alle auto parcheggiate e a gareggiare con la sua moto da cross. Una sera, ad un'asta di beneficenza, incontra Terry, ragazzina appena maggiorenne della Montecatini bene. Se ne innamora pazzamente. I genitori di lei sono contrari, i genitori di lui lo pensano morto in un incendio ad Ancona quattro anni prima. Dalla loro parte hanno solo Geggi, il migliore amico di Plinio, che si fidanza a sua volta con Fuffy, la migliore amica di Terry. Alla fine sarà la moto di Plinio a uscirne vincitrice, mettendosi con Fuffy e Terry, contemporaneamente. Epica la scena dell'orgia col barbiere.

  • 1° Posizione, tra i romanzi da NON scrivere mai: "Banane di fuoco" è il più autentico romanzo di formazione di tutti i secoli. Flavio è un pasticcere, scopre il sesso grazie al suo amico Samy, figlio di un assessore al Comune di Lodi. I due cominciano un grintoso viaggio on the road in Harley che è il ritratto più vivo della nostra epoca. Si suicideranno in una tavola calda di Pistoia dopo aver capito che in realtà l'ora legale serve solo a far risparmiare energia elettrica.

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RACCONTI A CASO: Un'estate fa


Un’estate fa

E mi giocai i ricordi provando il rischio 
Poi di rinascere sotto le stelle 
Dimenticai di colpo un passato folle 
In un tempo piccolo
(Un tempo piccolo – Franco Califano) 

Raimonda Torti Simonelli, presidente neoeletta della Regione Lazio, leggeva alcune circolari seduta alla scrivania del suo ufficio. Erano le sei del pomeriggio e fuori dalla finestra un temporale illuminava a tratti il buio d’uno dei primi giorni primaverili.
La giornata era stata un continuo scassamento di coglioni. Prima aveva dovuto ricevere un rappresentante dei COBAS che minacciava di far scioperare tutti gli insegnanti del Lazio, poi era rimasta bloccata a telefono per ore per una questione di alcuni appalti ad Ostia, infine aveva dovuto presiedere ad una noiosissima riunione del Consiglio Regionale. Uno strazio.
Non desiderava nient’altro che andare a casa, mettere i piedi in una bacinella d’acqua calda e guardare Amadeus in tivù. L’Eredità la faceva impazzire, il gioco della ghigliottina su tutti. Poco più di un’ora e il sogno si sarebbe concretizzato, doveva solo mettere le ultime due firmette e chiamare il sindaco Romolini per i dettagli di quella cerimonia al Gianicolo.
Anche se Luigi Romolini era stato eletto col 63% delle preferenze al suo secondo mandato, a lei restava sempre e clamorosamente sulle palle. Un ometto sottile, le spalle a collo di bottiglia, i baffetti da topo e quei capelli brizzolati che lo facevano assomigliare a un ragioniere di Varese. Nonostante fossero dello stesso partito politico e Romolini l’avesse ufficialmente appoggiata per la sua candidatura a governatrice, il gap incolmabile, per Raimonda Torti Simonelli, era rappresentato dalla differenza cromatica che li rendeva del tutto incompatibili.
Lei biancoazzurra, lui giallorosso. E lei, a tavola con un tifoso della Roma, prima di Romolini, non c’era mai stata. Se la ricordava bene quella cena di partito a Oriolo Romano, agriturismo “da Germana”. Quella pajata se l’era strozzata pur di piantarla alla svelta e tornarsene a casa.

«Pronto, Luigi, ciao» la governatrice si strinse forte l’indice tra i denti, poi mollò la presa e aggiunse «Sono Raimonda»
«Raimonda!» la voce tremula di Romolini, che nonostante i suoi cinquantatre anni pareva un settantenne, l’accolse così.
«Sì… Senti, ti chiamo per quella cosa al Gianicolo di martedì prossimo, capito quale?»
Ci fu una lunga pausa nella quale Raimonda Torti Simonelli pensò al peggio.
«No, quale?» riemerse dal baratro Romolini, seriamente perplesso.
La governatrice impiegò quasi dieci minuti per fare luce nella mente obnubilata del sindaco di Roma.
«Allora occhei? Tutto confermato?»
«Sì sì, cara, tutto confermato. T’abbraccio, a martedì»
«Ciao Luigi, grazie, ciao»
«Ah, mi so’ dimenticato di dirti ‘na cosa!» Romolini ripartì in contropiede.
Oddio, che scassacazzi.
«Dimme» sospirò Raimonda, battendosi una mano a paletta sulla coscia.
«Ce l’hai presente Augusto Fioroni? Il cantante?».
La governatrice del Lazio ebbe un sussulto, scavallò le gambe e si arpionò con una mano alla scrivania in vetro.
«Sì, certo!» quasi strillò.
«Sta con le pezze al culo. Mi ha chiamato il suo agente, sta per far uscire un caso sui giornali, pare che Fioroni voglia richiedere la legge Bacchelli, quella del vitalizio agli artisti che se morono de fame. Questo ho capito, almeno. C’ha chiesto ‘na mano…».
Gli occhi di Raimonda Torti Simonelli diventarono due laghi, le labbra presero quasi a tremare.
Augusto Fioroni era il suo cantante preferito. Un’estate fa era la canzone con la quale s’era innamorata di suo marito Lamberto, a Forte dei Marmi, nell’estate del 1986.
Sì, doveva fare qualcosa per lui. Era l’amore a chiederglielo.

*

Augusto Fioroni stava nella cucina di casa sua a girare una vodka scadente con dell’acqua tonica. La vestaglia aperta metteva in bella mostra le mutande ingiallite sul pacco, l’elastico un po’ slabbrato. Un rigonfiamento grande come un pallone da rugby gli penzolava verso il basso all’altezza dello stomaco. Non mangiava da due giorni; gli ultimi venti euro li aveva spesi per comprare quella vodka cinese e una bottiglia di rum importata dal Pakistan.
Dopo la prima sorsata fece una faccia simile a quella di uno che ha appena mangiato pasta con la merda. Si allontanò il bicchiere dalla bocca, tirò un sospirone e buttò giù il resto dell’intruglio con un solo sorso. Poi si asciugò la bocca con la manica della vestaglia.
«Anvedi che merda…» farfugliò, dirigendosi verso la camera da pranzo.
Lì avrebbe preso il telefono e chiamato per l’ennesima volta Ermanno Maltroppa, il suo agente, per sapere se c’erano novità sul casino che aveva piantato su tutti i giornali.
Augusto Fioroni non sapeva ancora che quella mattina avrebbe ricevuto una splendida notizia.

«Augù, bello» esordì Maltroppa, e quando Maltroppa diceva “bello” poteva significare una sola cosa «Tiette forte. Quella vitellona de’ la Torti Simonelli ha chiamato e ha detto che, dovessero cecalla, te fa avè la Bacchelli! Contento? Mò sai che titoloni, che pubblicità? Come minimo te chiamano all’Isola dei Famosi!».
Pensieri contrastanti invasero la mente ottenebrata dall’alcol del vecchio cantante.
A lui, detto in confidenza, dell’Isola dei Famosi non gliene poteva fregare di meno. Aveva settantadue anni, un’ulcera perforata, la prostata grande come un cocomero e un debito col padrone di casa di tre mensilità. Era stanco di andare in giro a cantare quelle quattro canzoni che la gente si ricordava e ancor più stanco di raccontare delle mille donne che si era scopato nella vita. Figurarsi ad andare in un’isola sperduta del Pacifico a mostrare le chiappe e a mangiare noci di cocco. Non aveva più l’età. Aveva buttato miliardi al cesso tra donne, liquori e macchine veloci. Era stato una merda; dentro, nel profondo, lo sapeva. Ma era cambiato, forse un po’ tardi, ma stavolta la lezione l’aveva capita. Forse avrebbe scritto un libro per raccontare la sua storia, un libro dove diceva la verità. Non dove raccontava delle orge nella sua villa ai Castelli e di quella volta che a Ponza aveva rimorchiato un transessuale.
Ora, però, doveva dirlo a quella iena di Maltroppa, i cui unici pensieri erano vendere lo scoop, resuscitarlo e mandarlo in tivù a piangere tra le zinne di Barbara D’Urso. Speculare su di lui fino a tumulazione avvenuta, e forse pure dopo.
Prese il coraggio in braccio e partì all’attacco.
«Ermà, grazie, che bella notizia» ragliò con la solita voce catarrosa «Però, vedi, a me basterebbero quei due soldi, giusto pe’ magnà, me so’ fatto vecchio, tu me capisci, vero?»
Ci furono tre secondi di silenzio.
«Ma certo, certo» sussurrò Maltroppa. Augusto Fioroni distese gli occhi impauriti in un sorriso.
«Capisco quanto sei stronzo! ‘A pezzo de merda! Tu c’hai un contratto, tu me devi un pacco de soldi, che te sei dimenticato, a fio de ‘na mignottaaa!» aggiunse Maltroppa, giusto per farsi capire.
«Tu devi da fare quello che te dico se voi continuà a magnà, sinnò mori nella merda tua, io te querelo per quei diecimila che ancora me devi e la finimo qua. Che dici?»
Il cantante aveva la gola secca, in bocca la vodka gli aveva lasciato una patina strana, un retrogusto quasi di benzina. Purtroppo non aveva scelta. Ingoiò, si inumidì le labbra con la lingua rasposa e disse: «E va bene, ce sto, fai quello che te pare»
«Beeello Augù, bravo. Te richiamo io» e buttò giù.
Un senso di solitudine invase le viscere di Augusto Fioroni. Lo stomaco gli bruciava per l’alcol che corrodeva le pareti in assenza di cibo da attaccare, ma la cosa non gli dava noia più di tanto. A quello era abituato, a sentirsi solo no. Da solo non c’era mai stato; di solito gli bastava una telefonata per organizzare qualsiasi tipo di serata, e invece, adesso, al solo pensiero di alzare la cornetta non sapeva nemmeno che numero comporre. L’avevano lasciato solo come un cammello che crepa nel deserto.
Pochi cazzi, erano tutti delle merde.

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I dieci libri da farsi regalare (o regalare) a Natale inaugura una rubrica (la SUPERCLASSIFICA) che terrò ogni tanto; per lo più elenchi di dieci cose da fare/non fare in caso di..., oppure di dieci modi per non pagare un conto al ristorante e non passare la nottata in questura. Cose così, che fanno bene alla letteratura.

Per dare maggiore suspance all'evento (non che ce ne sia bisogno, la tensione si taglia col grissino), comincerò in ordine decrescente, dal decimo al primo, agognatissimo, posto.

  • 10° Posizione: Altri giorni, altri alberi (Isbn, 2009) di Paolo Caredda. A Genova, gli alberi di Natale si sfidano in cruenti combattimenti per assicurare la sopravvivenza dei quartieri che rappresentano. Vere e proprie battaglie vedranno coinvolti il vecchio Gustavius e il giovane, spietato, Mascherafuturo. Un libro folle e dolce, da un autore che ho scoperto per lo splendido racconto "Giorno di paga in via Ferretto", contenuto in Gioventù Cannibale.
    Regalandolo, non farete più stare tranquilla la persona che lo riceverà. Finirà per non abbandonare mai la stanza con l'albero di Natale, e di sera, prima di spegnerlo, lo fisserà per minuti interminabili in un trip di paura e mistero.

  • 9° Posizione: L'inattesa piega degli eventi (Baldini&Castoldi, 2008) di Enrico Brizzi. In un'ipotetica Italia uscita in tempo dall'alleanza con Hitler, e vincitrice del secondo conflitto mondiale, un cronista sportivo, Lorenzo Pellegrini, sceglierà la donna sbagliata da far piangere. Così, il direttore del suo giornale, invece di fargli seguire l'attesissimo evento delle Olimpiadi di Roma del 1960, lo spedisce a seguire le ultime sfide decisive della Serie Africa.
    Per gli amanti del pallone, ma anche no, un'epopea divertente scritta col solito piglio ironico di Brizzi.

  • 8° Posizione: Crazy Heart (Einaudi Stile Libero, 2010) di Thomas Cobb. La sgangherata ultima turné del musicista country Bad Blake, leggenda della musica americana.
    Descrivere la trama sarebbe inutile, è un trionfo d'amore. E Bad Blake è senza dubbio uno dei personaggi più fighi con i quali abbia mai avuto a che fare.
    Da regalare a chi televota per Amici.

  • 7° Posizione: Acciaio (Rizzoli, 2010) di Silvia Avallone. A Piombino, cittadina divorata dall'acciaieria che ne fa da scenografia, due ragazzine, amiche inseparabili, diventeranno grandi conoscendo l'amore, la rivalità, e la distanza che questa impone.
    Questo libro ha avuto tanto di quel successo che se lo regalate, l'altra persona di sicuro lo ha già. Però potrà riciclarlo e darlo ad un'altra persona, che a sua volta lo avrà già nella sua libreria... Così, in pieno febbraio, verrete a sapere che la copia che avevate regalato è finita ad un guardiano notturno in Danimarca. E che il libro gli è piaciuto parecchio.

  • 6° Posizione: Una cosa divertente che non farò mai più (minimum fax, 2001, poi 2010) di David Foster Wallace. E' la cronaca di una, specie, di reportage che era stato commissionato all'autore da una rivista americana. Si ride ogni tre minuti di lettura.
    Regalatelo a quegli amici che vogliono andare a fare la crociera GENOVA-BARCELLONA-MAROCCO-EGITTO-PALERMO. Li scoraggerete. O, forse, se hanno il gusto dell'orrido, si faranno assumere a bordo come banconisti al casinò.

  • 5° Posizione: Caina (Fandango, 2009) di Davide Morganti. Ne ho già raccontato la storia in questo blog, ma vi faccio un rapido sunto. Vincenza è una killer che uccide solo quando è incinta; nelle pagine del romanzo dovrà trovare il suo compagno, un egiziano scappato chissà dove, in una pista di ricordi, uccisioni e brutalità.
    Se avete una suocera il regalo si fa da sé (io non ho niente contro le suocere, ma stanno antipatiche a tutti).

  • 4° Posizione: La vita oscena (Einaudi Stile Libero, 2010) di Aldo Nove. Stesso discorso fatto per Caina, ho già parlato del romanzo in questione, ma merita troppo.
    Aldo Nove non va descritto, Aldo Nove va amato.

  • 3° Posizione: Branchie (Einaudi Stile Libero, 1997, poi 2006) di Niccolò Ammaniti. La storia folle e incredibile di Marco Donati, venditore di pesci romano, malato terminale, che si troverà in India dopo che una donna gli ha chiesto di costruire lì per lei il più grande acquario di Nuova Delhi. Succederà DI TUTTO.
    Ad ora resta il mio libro preferito di tutti i tempi, e chi mi conosce lo sa che in questa speciale classifica un libro di Nic non poteva mancare. Ma dato che sono tutti belli, ho messo quello che preferivo. Se vi manca questo tassello di uno dei più bravi (per me, il più bravo) narratori italiani, completate il puzzle.
    Regalo particolarmente indicato per chi ha cucinato il pesce a Natale. Scartandolo, potranno venirgli le convulsioni, o spasmi in perfetto stile "reduce del Vietnam".

  • 2° Posizione: Chiedo Scusa (Einaudi Stile Libero, 2010) di Francesco Abate e Saverio Mastrofranco (che è Valerio Mastandrea). Valter ha un fegato malato e attende il trapianto. Nell'attesa che la morte di una persona lo liberi dall'agonia, si accorge che, come tanti, forse tutti, si è sempre lamentato per cose futili, e che "il suo dolore è solo una goccia nel dolore del mondo". E allora chiede scusa, chiede scusa a tutti. Pazzesca la frase che chiude il libro, che traghetta alla conclusione di un viaggio commovente nel dolore e nella redenzione, con punte di ironia qui e lì come spruzzate di panna ornamentali. Da menzionare anche la scena dell'operazione che Valter subisce senza anestesia; una prova di coraggio dell'autore. Che è una persona che stimo.
    Il libro mi ha convinto ad iscrivermi all'AIDO (Associazione Italian per la Donazione di Organi), lo farò quanto prima, ed è una promessa. Regalatelo per convincerne altri. Molti si faranno convincere, ne sono sicuro.

  • 1° Posizione, tra i libri da regalare a Natale 2010, I frutti dimenticati (Marcos y Marcos, 2008) di Cristiano Cavina. Storia autobiografica, come quasi tutte quelle di Cavina, che narra di uno scrittore (Cristiano) che, a trent'anni suonati, viene avvicinato per la prima volta da un padre che non ha mai conosciuto. Proprio nei giorni in cui la sua compagna sta per dare alla luce il suo primo figlio. Il protagonista si troverà così diviso a metà, tra una vita che comincia e una, quella del padre, malato, che si consuma in un letto d'ospedale. E in quegli ultimi giorni al suo fianco, Cristiano trova il modo per raccontargli la sua infanzia, e l'infanzia di suo figlio Giovanni.
    E' uno dei libri più belli e intensi che abbia mai letto. Regalatelo a padri, madri, figli, nonne, nonni, sorelle, fratelli, sconosciuti, a chiunque. Ma regalatelo.
    Ne vale la pena.

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PARERI LETTERARI: La vita oscena

Aldo Nove io lo amo, e vabbè, era giusto dirlo prima di cominciare a spiegarvi perché, secondo me, questo è un gran libro.

In La vita oscena (Einaudi Stile Libero, 2010) la storia è, come accade spesso nei suoi libri, semplice e complessa al tempo istesso (cit.). Il protagonista pulsa vita e morte ad ogni, breve o lunghissima, frase. La spirale di (auto)violenza è il pretesto ideale per descrivere il baratro senza ritorno in cui, talvolta, cade chi è solo. Perché, a mio avviso, la solitudine è il tema centrale del romanzo. Una solitudine fatte di comparse, pagate per fare sesso e qualsiasi altra brutale prassi sessuale. Ma non vi dico altro sulla trama.

Il bello di Aldo Nove è che ti fa ridere e piangere nello stesso rigo. Non capisci mai se dice sul serio o se scherza, se vuole portarti a deridere o a compatire il suo personaggio.

Io dico solo: ad avercene di Aldi Nove. La vita sarebbe meno oscena (oddio, sicuro?).


Dello stesso autore, straconsigliato: Superwoobinda (Einaudi Stile Libero, 1998)


"La vita oscena" (Einaudi Stile Libero), pagine 111
€ 15,50

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"Il lettore che vorrei", sul sito della NEO Edizioni


Ho tante cose ancora da raccontare,
per chi vuole ascoltare,
e a culo tutto il resto
(Francesco Guccini, L’avvelenata)
Il mio lettore, ammesso che ce ne sia uno, voglio che mi scelga anche per la passione che ci metto. Mi farebbe piacere parlare con lui, se ne avesse voglia, e spiegargli cosa significhino per me le mie storie. Dato che, alla fine, non scrivo perché mi preme, perché devo sfogarmi, perché fa tendenza, ormai. Scrivo perché mi diverte. E mi diverte divertire. E mi diverte far divertire chi invento.
Mi piacerebbe che il mio lettore girasse ogni pagina con un po’ di magone perché è una pagina in meno alla fine. Che dimentichi un problema. E che ricordi una cosa bella che gli è capitata nella vita.Vorrei che il mio lettore si rigirasse la copertina del mio libro tra le mani, se la stampasse nella mente, ne carpisse i segreti del materiale tastandone la consistenza. Mi piacerebbe che lo facesse anche in bagno, o su un treno. Sul letto, anche. Mi piacerebbe incontrare un mio lettore in metropolitana, distratto da una pagina mentre il treno sferraglia rumoroso. Magari con un i-pod e le gambe accavallate. Mi piacerebbe che il mio lettore aspetti il mio libro di dopo, che ogni tanto mi chieda a che punto sto. E io glielo direi. Perché mi piacerebbe essere uno di loro, dato che io, lettore, lo sono stato e lo sarò sempre. E so quant’è bello parlare col proprio autore preferito, ammesso che io diventi un giorno l’autore preferito di qualcuno.Vorrei, tanto, che il mio lettore sapesse da dove vengo. Sapesse bene che il mio primo libro l’ho pubblicato con la Noubs Edizioni di Chieti, senza scucire un centesimo e senza averne uno in cambio. E sappia che ora, che pubblicherò con Einaudi Stile Libero, resterò lo stesso scapestrato cazzone di prima. E voglio che capisca a fondo questo concetto, perché è la verità. Però, sappia anche che questa è la cosa più bella che mi sia capitata nella vita. Poter arrivare ovunque, in ogni libreria del paese. Poter pensare, tentare, di vivere di scrittura. E che forse è anche la cosa più bella sua vita. Potrà trovarmi per davvero, questa volta, il mio lettore.
Vorrei che il mio lettore mi scusasse se a volte sembro un po’ un ragazzino, ma ho solo venticinque anni, e tutto sommato ragazzino lo sono ancora. E spero di rimanerci per un altro po’ ancora.Infine, al mio lettore, vorrei chiedere di incrociare le dita insieme. Perché io, senza di lui, sono poco e niente.
QUI, sul sito della NEO.

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Mario Monicelli

























Che dire.
Grazie.

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Citazioni di livello

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In libreria "Trema la terra", con un mio racconto

E' uscito da poco un bel libro, edito dalla NEO Edizioni, casa editrice abruzzese fondata e condotta da Francesco Coscioni e Angelo Biasella. Si chiama "Trema la terra", è un'antologia di racconti, a cura di Isabella Tramontano, che ha come filo conduttore il terremoto.


Dentro ci trovate autori affermati come Maurizio de Giovanni e Massimo Cacciapuoti, autori promettenti come Gianni Solla e Carla D'Alessio, autori alle prime prove editoriali che però mi hanno sorpreso (Anna Giuba su tutti).
E me.
Con un racconto un po' atipico, sul sisma. Si intitola "My name is Borussia", è la storia di un avvocato di successo a cui viene, letteralmente, il terremoto in testa.


Sono particolarmente contento di stare in questo libro perché la NEO è una di quelle piccole, e oneste, case editrici che lottano lealmente per avere un posto nel mercato editoriale. Un posto piccolo, a volte scomodo, ma un posto. Sono contento di essere con autori che stimo, che leggo, che conosco e che sono diventati degli amici, ormai.
Sono contento, insomma.
Segue, un piccolo estratto del racconto che, senza chiedere il permesso all'editore, vi regalo sul mio blog (editore NEO, se hai un reclamo, mandamelo via mail).


[...] Ma il mio preferito, che poi è anche il mio migliore amico, è Cosmo.
Cosmo guidava i camion sull’Autostrada del Sole, e poi fino alla Svizzera, aveva la foto di Padre Pio sul parabrezza e a volte faceva pure turni di sedici, diciassette ore. A guidare, sempre, faceva un sacco di straordinari. Aveva una moglie, malata, si chiamava Immacolata. Lui guidava per pagarle le medicine, ogni cento chilometri in più erano nove euro di medicine guadagnati. Quando è morta lui ha smesso di parlare. Poi ha smesso di guidare e ha perso il lavoro. Cosmo dice una parola all’anno, solo una volta, ogni sedici di aprile, la data di morte della moglie.
Mi guarda, socchiude gli occhi e sussurra, piano, “Roncobilaccio”. Poi tace per un altro anno. Io so che lui dice così per farmi capire che mi vuole bene, è il suo modo per dirmi che sono il suo migliore amico. È fatto così, le persone le devi capire se le vuoi amare, non c’è una bibbia delle dimostrazioni amorose che uno può consultare per confrontare i comportamenti di chi lo ama. No, non c’è proprio. L’amore è un po’ come i tubi dell’acqua. Ci sono, ti portano l’acqua fino a casa, ma non li vedi. [...]

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Domenica 21 novembre torna L'Arte del Racconto

Domenica 21 novembre, alle ore 20.30, presso il Teatro Nuovo di Napoli (via Montecalvario 16) riparte L'ARTE DEL RACCONTO, la manifestazione curata da Massimiliano Palmese che porta i racconti al teatro.


Dopo il successo della prima edizione, nella scorsa stagione, siamo di nuovo qui.
Questa volta, protagonisti saranno i racconti del nuovo libro della NEO. Edizioni, "Trema la terra" (a cura di Isabella Tramontano), in cui c'è anche un mio racconto che si chiama "My name is Borussia".
Domenica sera saranno letti, in particolare, i racconti di Carla D'Alessio, Maurizio de Giovanni, Anna Giuba e Massimo Cacciapuoti.


Il reading è a cura di Pietro Pignatelli. E a leggere ci sarà, oltre lui, anche Imma Villa, Carlo Cerciello, Laura Borrelli e Pino L'Abbate.
Che dire, tutto molto bello.
L'evento sarà in contemporanea con la partita del Napoli. Lo dico per una questione di chiarezza. Siamo fottuti.

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RACCONTI A CASO: Papà De Pasquale, buona sera


Papà De Pasquale, buona sera
Era un periodo particolare della vita di Luca De Pasquale.
In qualità di amico, beh, diciamo che ero un po' preoccupato. Ogni volta che andavo a casa sua, nel suo loft specchiato che affacciava su via Pigna, non percepivo più nell'aria la stessa tranquillità di prima. Luca De Pasquale era inquieto, lo avrebbe capito anche un cammello ritardato. Poi, un giorno succede che trovo Luca De Pasquale conciato come Billy Idol che mi parla di Brendost, di Crain, della Dimensione 2000 (e di come questi fenomeni reagiscano combinati tra loro). Quella cena si svolse in un clima artico, tra i suoi singhiozzi e i miei perché. Tra la pasta al sugo e una fetta di pane della Conad, Luca De Pasquale vuotò il sacco: aveva voglia di avere un figlio, un figlio vero. Il cofanetto dei Rolling Stones con il poster di Mick Jagger poco più che ventenne non gli bastava più. Un figlio da vestire, da sfamare, un figlio da amare. Un figlio a cui tramandare lo scibile musicale, a cui leggere i propri racconti prima di farlo addormentare.
Sì, Luca De Pasquale aveva un problema. Un vero problema. Certo, anche volendo - mi disse - dove lo sistemo in 26 metri quadrati un infante? E i soldi? E i libri per la scuola?
Insomma, eravamo nella merda. Ascoltai devoto De Pasquale mitragliare lacrime di dramma e decisi di fare qualcosa. Avrei dato un figlio a Luca De Pasquale. Non biologicamente, certo, ma avrei fornito la prole in eredità al noto scrittore vomerese. Quella notte, prima di salutarci, guardammo su youtube una serie di risse di Sgarbi e di gol di Batistuta e capii in che direzione dovevo muovermi. Diedi la mano a Luca De Pasquale e, prima di svicolare definitivamente dal suo loft specchiato, gli feci una promessa: Luca De Pasquale farò qualcosa per te, te lo giuro su Maradona e su Dio Universale. E solo lui conosceva la reazione di questi due fenomeni combinati insieme. Scesi in strada, il freddo schiarì definitivamente le idee. Il giorno seguente sarebbe partita la mia missione.

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PARERI LETTERARI: Caina

Davide Morganti non è uno scrittore napoletano. E' uno scrittore italiano.
Questa è la prima cosa che mi sento di dire dopo aver letto Caina (Fandango, 2009).
La protagonista della storia, Vincenza, uccide perché è la sua natura. Ma, incinta di un egiziano fuggito chissà dove, si lancia al suo inseguimento in una pista senza indizi fatta di ricordi, uccisioni, brutalità. La camorra c'è, ma non si vede. Perché si vede la morte, e si sente, assordante, la voce dell'omicidio.
La lingua è sempre condita, tipico dei libri di Morganti, da una leggerezza che si fa spericolata all'improvviso. Alternando periodi rapidi a periodi più lunghi, volutamente dispersivi, che costringono chi legge a perdere il fiato con i protagonisti.
Leggete Caina, e leggete Morganti (vi consiglio di dare uno sguardo anche a Moremò - Avagliano, 2006). Che è sicuramente uno dei migliori scrittori che Napoli mette al servizio dell'intera nazione. E non solo della sua regione.

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RACCONTI A CASO: Maradona

Questo racconto è tratto dal mio libro "Ho Magalli in testa ma non riesco a dirlo" (Noubs, 2009). E' qui per un omaggio al più forte calciatore di tutti i tempi: Diego Armando Maradona. In occasione del suo cinquantesimo compleanno.

Mi chiamo Giuseppe Alterone. Ho cinquantasei anni e svenivo a ogni goal di Maradona.

Una cosa che nessun medico al mondo si è mai saputo spiegare e sinceramente neanche io e, se l’avesse saputo, neanche Maradona.

Maradona è stato il calciatore più forte del mondo solo che si drogava e l’hanno squalificato un po’ di volte, fino a quando è diventato un chiattone incredibile ed è quasi morto e si è dovuto operare. Ora sta bene.

Io andavo allo stadio San Paolo ogni volta che il Napoli giocava in casa e sono svenuto puntuale a ogni goal, indifferentemente se fatto di testa, di sinistro, di destro.

Se Maradona faceva una doppietta io svenivo due volte.

Sono svenuto così tante volte che i miei ricordi delle partite del Napoli sono frammentari a causa di questo mio problema. Rinvenivo dopo pochi minuti ed avevo coscienza di tutto, anche del goal di Maradona.

Attualmente sono in coma dal 24 marzo del 1991, data dell’ultimo goal di Maradona, realizzato contro la Sampdoria.

Se stavo allo stadio svenivo sui gradini, tra le persone, che mi prendevano al volo e mi sostenevano preoccupate.

Se stavo a casa svenivo nel salottino, vicino alla radio.

I miei figli sapevano che svenivo a ogni goal di Maradona e quando capitava non si davano pena, pure mia moglie, del resto mi amava anche per questo.

Ci siamo conosciuti allo stadio, lei mi prese quando svenni dopo un rigore di Maradona contro il Verona.

Se mai mi sveglierò dal coma ho deciso che non guarderò mai più una partita di Maradona perché il coma fa schifo e io non ci voglio più stare, anche perché non si vedono partite di Maradona.

© Noubs Edizioni / Marco Marsullo 2009-2010

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IO E TE, dice Nic...

... E suppongo parli di noi, questo libro (di me e lui, intendo).
Proverò a non fagogitarlo nel giro di due giorni con tutte le mie forze. Con i libri di Ammaniti mi succede sempre così; mi maledico ogni pagina che giro perché è una pagina in meno alla fine.
E' come quando mangi una cosa che ti piace e lasci la parte più buona alla fine, come ultimo boccone. Un sentimento tipo questo, che ti rallegra per la pietanza preferita, ma nel contempo ti angoscia sapere che prima di mangiarla di nuovo passerà del tempo.
La morale della favola è: Nic fai presto, mi raccomando, col prossimo.
"Io e te" (Einaudi Stile Libero Big), pagine 116
Niccolò Ammaniti
€ 10 (che è poco)

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